| Data: domenica 9 settembre 2007 | Sezione: Ambiente e Territorio |
| Vita da Strada | |
| La residenza abituale dei senza fissa dimora. E scivola nell'invisibilità! | |
Di loro ci si accorge a ondate, specie quando arriva il freddo e c'è bisogno di scaldarsi artificialmente con un po' di palcoscenico delle emozioni. Dopo fiumi di inchiostro è assai probabile che cali il sipario del silenzio mediatico, e la situazione dei senza dimora rimanga immutata. I senza dimora o popolo dei cartoni per trequarti sono maschi, età prevalentemente compresa tra i 25 e i 34 anni (ma è una soglia che tende ad abbassarsi), quasi sempre non sposati; uno su quattro ha un diploma di scuola media superiore, o addirittura una laurea.
La mancanza di lavoro porta il singolo nella condizione di non poter disporre di un alloggio. A questa situazione si somma spesso la rottura dei legami familiari, sia nei confronti della famiglia di origine che non provvede più al congiunto, sia nei confronti del partner, arrivando alle separazioni di coppia. Da qui alla marginalità il passo è breve, quasi automatico.
Non esiste una sorta di sindrome della strada. Piuttosto, ci sono persone deboli che si riducono alla strada perché non vengono aiutate nel loro disagio. In una comunità integrata, la marginalità grave riguarda non solo i settori che fanno riferimento costante ai servizi di assistenza, e che in essi arrivano a definirsi, ma anche gli immigrati, i profughi, le prostitute, i tossicodipendenti. E questo comporta una ridefinizione del modo in cui la normalità percepisce il diverso: maggiore visibilità e comportamenti considerati inappropriati si trasformano in problema sociale e in forme di turbamento per l'ordine costituito. Il diverso rappresenta il degrado della realtà cittadina, e quindi ne richiede la rimozione. Si vuole insomma ristabilire una distanza sociale, e spesso questo scivola in un conflitto che può portare a forme medioevali di caccia alle streghe: basti pensare alle ronde con cui i cittadini che si considerano normali si propongono di "ripulire" la città». Il percorso che accompagna l'emarginato alla condizione di «senza fissa dimora» è tutto sommato rapido, e in un certo senso codificato in un sistema di regole non scritte.
La persona in crisi esistenziale, una volta che interseca il mondo dell'emarginazione, si trova al centro dell'attenzione sia da parte degli emarginati già cronici, sia degli operatori dei servizi sociali. Questo le consente di stabilire una serie di rapporti fondamentali per la sua sopravvivenza.
Il primo approdo in genere è la stazione ferroviaria, dove scattano meccanismi ormai collaudati nel tempo, e dove i «vecchi» fanno da docenti di una vera e propria scuola di sopravvivenza: prima di tutto il mangiare e il dormire, poi come sfruttare le varie opportunità per sbarcare la giornata. L'altro contatto, quello con i servizi sociali, avviene di solito nelle mense, dove spesso sono gli stessi «vecchi» a introdurre il nuovo arrivato, presentandolo come un soggetto in momentanea difficoltà, costretto da fatti contingenti a chiedere aiuto per poter rientrare nella normalità.
Anche qui c'è un codice tacito: gli operatori gli spiegano che il pasto non è gratuito, ma che per i primi giorni si chiuderà un occhio. Sono loro a inviarlo per la notte in qualche dormitorio, dove gli verrà dato un posto. Nei giorni successivi tenteranno di convincerlo a tornare a casa, o di riagganciarlo comunque ai parenti: tentativo che in genere fallisce, con la conseguenza che a quel punto l'individuo riceve una sorta di patente di barbone. E scivola nell'invisibilità. |
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