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I capolavori dei maestri Werner Herzog e Akira Kurosawa
Per la rassegna Risguardi all'Eco museo due film d'autore nel week-end
 
Sezione: Spettacolo 13/04/2012
( AGR ) Due maestri assoluti del cinema per la rassegna Risguardi, come Werner Herzog e Akira Kurosawa virtualmente ospitati dalla Sala Visioni dell’Ecomuseo del Litorale Romano con i loro capolavori Aguirre furore di Dio, 1972 (sabato 14 aprile alle 15,00) e Rashomon, 1950 (domenica 15 aprile alle 10,30), due storie memorabili, due pellicole che esplorano, ciascuna a modo suo, la parte maligna dello spirito umano. E in entrambe i casi, l’interpretazione degli attori che maggiormente hanno accompagnato la carriera dei due maestri, ovvero Klaus Kinski, per Herzog e Toshiro Mifune, per Kurosawa.

 

Sabato 14 Aprile alle ore 15,00

Aguirre furore di Dio (1972) di Werner Herzog

 

Nel 1560 una spedizione spagnola, guidata da Gonzalo Pizarro, fratello di Francisco, discende la Cordigliera delle Ande alla ricerca del mitico El Dorado. La giungla inestricabile la blocca. Si invia allora un pattuglione esplorativo, munito di zattere, sul fiume Urubamba al comando di Pedro de Urrua al cui fianco è l'ambizioso e spietato Lope de Aguirre. Finirà vittima della sua folle megalomania. Girato con pochi mezzi in Perú, il 5° film di W. Herzog è leggibile a 3 livelli: 1) racconto di avventure e di viaggio che ha al centro il tema di una profanazione fallita, 2) tragedia di un eroe del male (con un Kinski strepitosamente nevrotico) sui temi della ribellione e della solitudine, 3) parabola politica sull'imperialismo coloniale. Vi coabitano uno straniamento epico di timbro brechtiano e una tensione onirica, allucinata. Fotografia di Th. Mauch.

 

Domenica 15 Aprile alle ore 10,30

Rashomon (1950) di Akira Kurosawa

 

Kyoto, periodo Heian. Un boscaiolo, un monaco e un vagabondo si interrogano su una vicenda, l'assassinio di un samurai e lo stupro di sua moglie per mano del bandito Tajômaru, che li ha coinvolti come testimoni. Mentre si susseguono le dichiarazioni dei protagonisti davanti a un tribunale sulla loro versione dei fatti, la verità anziché emergere sembra vieppiù allontanarsi. In un Giappone ancora dilaniato dai lasciti del dopoguerra, Kurosawa Akira ritorna a un'altra epoca di morte e sofferenza, quel periodo Heian in cui di fronte alla porta del tempio di Rashô non scorrevano che sangue, violenza e frode. Prendendo spunto dai racconti di Ryûnosuke Akutagawa, Kurosawa riflette sulla natura dell'uomo e sulla sua inclinazione alla menzogna, guidata da un esasperato spirito di autoconservazione. A contare non è mai il senso di verità o di giustizia, ma la salvaguardia del proprio tornaconto e di un miserrimo particulare, tale da portare – è il caso del personaggio del samurai – a mentire anche post mortem pur di difendere il proprio onore.

 

Ma se questo è già l'apologo originario di Akutagawa, risultato della messa in scena di tre versioni – tutte discordanti e tutte false – della stessa storia, Kurosawa vi aggiunge una nuova valenza, in cui la riflessione si estende a un'ulteriore menzogna, quella dell'immagine e del cinema come suo strumento principe. Le versioni dell'assassinio non si limitano ad essere raccontate dai personaggi, infatti, ma sono offerte alla visione del pubblico come se si trattasse di realtà oggettiva e indiscutibile; ciò che si vede dovrebbe tradursi in ciò che è, anziché rivelarsi mutevole nei contenuti e nello stile.

 

 

 

 

 

 

 

 


Autore: AGR: EB - Redazione

 

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